PEZZI ROMANI
Ho sognato di fare un viaggio all'estero. Italia, forse.
“Salgo sull'autobus, con già un senso di agitazione nello stomaco. Non ho il biglietto. Mi siedo accanto ad una ragazza carina. Due minuti dopo sale un controllore. Il mio cuore inizia a battere rapidamente, mi sento impaurito. Frugo nel portafoglio, come se stessi cercando il biglietto. Il controllore si avvicina. Tutti i foglietti di carta che tengo in mano cadono per terra. Disperato, chiedo alla ragazza accanto a me se ha un biglietto. Lei sorride e me ne da uno dei suoi - che incontro magico. Il tempo si ferma. Mi sento accarezzato e accudito.”
Com'è andata a Roma? E com'è successo che tu abbia fatto lì il tuo ultimo lavoro?
Devo ammetterlo: non ho pagato molti biglietti. Ma sono stato fortunato, non mi hanno beccato… Tutto è cominciato per un motivo molto personale: ero a Roma per una settimana, l'idea era di stare con la mia fidanzata per qualche giorno. Appena prima di partire lei mi ha chiesto di non andare da lei ma io ho deciso di andare anche senza di lei. In quel momento mi sembrava più facile andare incontro a qualcosa di imprevedibile piuttosto che rimanere paralizzato dov'ero. Mi sono detto: “Ho la macchina fotografica, farò delle foto”.
Che tipo di relazione hai con la macchina fotografica con cui lavori?
Cerco di usare la macchina fotografica come penso che sia giusto usarla, sintonizzandomi con lei meglio che posso. Potrei dire che mi sottometto. La macchina fotografica ha delle regole rigide, le possibilità sono molto limitate: certe dimensioni e distanze sono necessarie, non tutte le prospettive funzionano, c'è bisogno di una certa quantità di luce. Certamente si può forzare la macchina cercando di andare oltre le sue possibilità per creare visioni differenti, ma questo per me non ha nessun senso. Con la macchina fotografica non funziona perché le sue qualità sono strettamente legate ai suoi limiti. Qualunque cosa si abbia in mente, bisogna confrontarsi con queste difficoltà tecniche e alla fine si arriva a fare quello che si può, non quello che si vuole.
Il tuo lavoro non è altro che il risultato di un viaggio personale, fatto nel tentativo di rimettere le cose in ordine?
No, spero di no. La situazione bloccata nella quale non sapevo più cosa fare ha dato il via a quello che sto facendo ora. Provo ad andare avanti e questo dimostrerà, affermerà qualcosa. Questo è quello che conta.
Perché hai deciso di dare al tuo lavoro la forma del libro?
Penso che oggi sia senza senso appendere delle foto al muro, a meno di non voler decorare una stanza. Voglio dire altro e credo che la forma determini il modo con cui si entra in contatto con il contenuto.
Il significato dei tuoi lavori ha un’attinenza con la realtà?
Le fotografie hanno una loro logica, cui ci si deve adattare; quando cerco di organizzare una sequenza le differenti combinazioni portano, ovviamente, a diverse narrazioni, e io cerco di trovare la più ragionevole. Facendo questo si scopre (o meglio ci si trova ad ammettere) che non c'è mai stata una storia basata su eventi reali e che anche tutte le azioni, anche quelle distruttive, sono compiute con l'intento di creare una storia, trovare un senso, dare forma all'incomprensibile. C'è desiderio, nel fotografare quello che succede; ha molto a che fare con le proprie preferenze.
Sono dei bisogni primari, quelli che ti motivano?
Non lo so. Sono spinto a fare certe cose e ho l'impressione che sia giusto farle, ma so che avrei potuto fare qualcos'altro e non sarebbe stato né meno giusto né meno ragionevole. E' interessante vedere come i criteri di valutazione cambino secondo il proprio stato d'animo. La mia impressione è che le decisioni siano prese in base alle condizioni del momento, che pretendono di essere assolute. Dipende esclusivamente da quale idea si sostiene in quel momento. Gli unici parametri affidabili che trovo per mettere ordine in questa confusione sono quelli della mia macchina fotografica.
Qual è il tuo rapporto con la bellezza? E con le belle fotografie?
Il problema sta nel fatto di rimanere affascinati dalle belle fotografie, non nella loro bellezza in sé. Non bisognerebbe essere spaventati dalla bellezza, che è volgare e superficiale.
Allora credi che perdersi nella pura estetica non sia un problema…
E' un problema perché la bellezza è seducente e ti fa perdere la ragione; ti rende cieco, incapace di vedere la realtà. Molti non si fidano della bellezza ma in fin dei conti il nostro perdere la ragione non è una sua responsabilità, non è altro che un promemoria del fatto che siamo dei folli e un invito ad avvicinarsi, a soffermarsi, a perdere tempo e attenzione su qualcosa. E' una nostra responsabilità guardare più da vicino, chiederci cosa vogliamo davvero e verificare se quello che c'è oltre la superficie ci piace , perché una bellezza solo apparente si consuma in fretta e lascia un cattivo sapore in bocca.
Poi c'è anche qualcos'altro che chiamerei bellezza: essere in sintonia con gli altri. E' qualcosa che può succedere anche attraverso una fotografia. Nel caso in cui invece si sia soli con se stessi si ha l'opportunità di rendersi conto del fatto che si abusa di tutto, ogni volta che si può.
Ma una fotografia non è per definizione una sostituta di qualcosa che non c'è più? Un ricordo?
Sì, certo. Lo stimolo a fare una fotografia è già un errore, come comprare qualcosa e avere l'illusione di entrarvi in contatto appropriandosene. Ogni esperienza è destinata a essere distorta in un cliché una volta fotografata. Un tramonto è un buon esempio.
E quindi perché continui a fotografare?
Forse solo perché non ho di meglio da fare; l'approccio fa la differenza, credo. Se l'intento è di mostrare quello che si è visto il risultato sarà una delusione, ma se si usa quello che è visibile come metafora si avrà il diritto di dire quello che si vuole. C'è anche un'altra dimensione: guardando alle cose in maniera fedele, si scoprirà che esse rivelano una bellezza inaspettata. Anche quelle cosiddette ‘morte’. Gli oggetti sono piuttosto contenti della loro esistenza, a parte il fatto che non fanno niente se non cadere a pezzi. Rivendicano il loro diritto di esistere finché la loro condizione lo permette.
Come definiresti te stesso e quello che fai?
Mi definirei un produttore di oggetti che promette alla sua clientela una partecipazione nella percezione dell'immateriale.
ROMAN PIECES fa parte di ROMA, Bernd Kleinheisterkamp © 2009
E se volessimo realizzare una fotografia che abbiamo già in mente?
Allora bisogna scegliere la macchina fotografica giusta. Ma anche possedendo tutte le macchine fotografiche esistenti, bisognerebbe accettare che non tutto può essere fotografato. Credo che esista un numero limitato di situazioni che possono essere riprese. Di conseguenza ho sviluppato un elenco si possibilità che guida la mia attenzione. Quando riconosco una di queste situazioni, vado a fotografarla. Meccanicamente. Non c'è molta magia, in questo, anche se la lista cambia con la mia disposizione d'animo. E' una situazione delicata: da una parte cerco di fissare una forma d'espressione - il che significa limitare me stesso - dall'altro devo perdermi per andare oltre, o comunque verso qualcosa di inaspettato- oltre la mia lista.
E questo come succede?
Non ne ho un'idea precisa, onestamente: non ne ho il controllo. Cerco di trovare un qualche tipo di formula, ma probabilmente non c'è.
Poi cos'è successo, a Roma? Come continua la storia? E come hai cominciato a lavorare sulla città?
Appena arrivato mi sono ammalato e sono stato due giorni a letto con la febbre. Faceva molto caldo, la casa era rumorosa ed io mi sono concentrato sulla mia guarigione. Quando mi sono sentito meglio ho cominciato a camminare per la città. Dovevo darmi uno scopo, a volte è l'unico motivo che trovo per gestire la mia fragilità. Quando sono tornato a Bruxelles era finita con la mia fidanzata. Se n'era andata.
Come hai gestito la situazione?
Ho cominciato subito a lavorare sul libretto. Ho incontrato Jochen, un amico, abbiamo bevuto qualche birra e mi ha chiesto come stavo. Mi ricordo di avergli detto: “Questa è una follia, non creiamo altro che fantasmi nutrendoli con pensieri, speranze, sentimenti ed energia, cercando di portarli nella realtà con le nostre azioni quotidiane. Si potrebbe dire che lavoriamo per loro, materializzandoli. E' come costruire un edificio immaginario e avere già in mente di chiamarlo 'casa' o 'tempi sereni' o altro. La mia fidanzata se ne va e non rimane che una sceneggiatura incompleta, un'idea decorata. E' andato tutto in pezzi in un secondo, crollato così, davanti a me, impossibile da tenere in vita. E' semplicemente sparito tutto abbandonandomi in un mondo che continua a girare inconsapevole”. Dopo la mia chiacchierata con Jochen ho preso in considerazione l'ipotesi di tornare a Roma, ma era un'idea stupida: non c'è utilità nel cercare di ricomporre una storia, il punto è fare i conti con i cocci.
